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La battaglia di Montecassino

La battaglia di Montecassino e la leggenda di Władysław Anders
 
La Storia è attraversata da persone, come il Generale polacco Władysław Anders, per le quali non esistono confini che possano limitare le speranze di sacrificarsi per un domani migliore.

Al comando di un Corpo d’Armata formato con i prigionieri sopravvissuti alle fucilazioni staliniste e ai gulag, Anders combattè con valore sul terreno italiano, riuscendo a conquistare la cima di Monte Cassino e a far issare la bandiera polacca alle ore 10,20 del 18 maggio 1944:

un’affermazione fondamentale, poiché spalancò la strada della Liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno 1944.

Tutto avvenne al termine di cruenti combattimenti, iniziati alle ore 23,00 dell’11 maggio con un violentissimo fuoco di preparazione contro le posizioni tedesche, a cui si diede seguito all’attacco contro quota 517 e quota 593 di Montecassìno, avviato alle ore 1,00 del 12 maggio.

Occorre fare un passo indietro: nel settembre 1939, la Germania e l’Unione Sovietica, a seguito del patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939, dapprima invadono e quindi si spartiscono la terra di Polonia. Il Generale Anders, tre volte ferito, viene infine catturato dalle forze d’occupazione dell’Armata Rossa. Allo stesso modo della maggior parte dei militari caduti prigionieri dalle truppe staliniste, egli rifiuta sdegnosamente l’arruolamento nelle truppe sovietiche. A causa di questo non facile rifiuto, almeno 8.000 tra ufficiali e sottufficiali polacchi vengono trucidati e seppelliti in fosse comuni, tra cui quelle di Katyn, rimaste le più note, seppure non le uniche.

Władysław Anders non viene passato per le armi, ma rinchiuso nella famigerata prigione di Lubìanka sotto condizioni durissime e con un isolamento di diversi mesi.

Caduta l’intesa tra i due efferati dittatori Iosif Vissarionovič Džugašvili, meglio conosciuto come Stalin (in russo: Сталин, ovvero "d'acciaio") e Adolf Hitler, a seguito dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel giugno del 1941, Stalin si trova alle strette e abbisogna del sostegno degli alleati nella guerra contro la Germania nazista: deve così cedere alle pressioni degli Inglesi, liberare Anders e consentire la costituzione di un Esercito Polacco Libero, il cui comando venne affidato allo stesso ufficiale. Con molta probabilità, anche per disfarsi d’ una presenza molto scomoda, nella primavera del 1942 Stalin consente che 159.000 superstiti dei gulag si trasferiscano sotto il comando di Anders in Persia, dove letteralmente ritroveranno una vita nuova.

Nell’estate del 1942, sottoposto a forte pressione dalle esigenze belliche, questa volta Stalin viene costretto a decidere il ritiro di alcune divisioni russe, forze pur necessarie per fronteggiare l’avanzata tedesca nel Caucaso, ordinando al loro posto l’avvicendamento di unità polacche. Nel settembre 1942, l’Esercito Polacco è trasferito in Palestina, dove viene riordinato addestrato ed equipaggiato per l’impiego sul fronte, ormai in esaurimento, dell’Africa Settentrionale, e strutturato sul modello di un corpo di spedizione britannico.

Il Corpo d’Armata Polacco viene articolato su 2 Divisioni: la 3.a Divisione “Fucilieri dei Carpazi” e la 5.a Divisione “Kresova”.

Il Corpo Polacco e il Corpo Italiano di Liberazione (CIL) vengono trasferiti, nella primavera del 1944, dall’8.a alla 5.a Armata, comandata dal Generale Bernard Law Montgomery nelle Marche, sul fronte adriatico. Da quel momento, italiani e polacchi opereranno sempre in costante e stretto collegamento.

Seppure la forte differenza di lingua, addestramento ed equipaggiamento fra entrambi gli schieramenti potrebbero creare non poche difficoltà di comprensione e soprattutto di cooperazione, le cose andranno ben diversamente: l’intesa si instaurerà infatti fin dai primi momenti e la liberazione di Ancona ne costituirà un fruttuoso e valoroso esempio di azione condotta in compartecipazione.

Nonostante il fatto che l’avanzata dei reparti polacchi ed italiani nelle Marche avvenga in condizioni oggettivamente quasi proibitive, a causa delle demolizioni e dei campi minati tedeschi, nel primo giorno d’estate del 1944 avviene il primo scontro diretto contro unità tedesche e il 4 luglio l’attacco previsto dai polacchi va a vuoto, a causa del ripiegamento preventivo effettuato dai reparti tedeschi. Il 9 luglio si conclude la prima battaglia di Ancona, e il 17 e 18 luglio la città ottiene definitivamente la libertà.

Nello stesso tempo della battaglia di Ancona, agli italiani del Corpo Italiano di Liberazione viene affidata la zona di Filottrano, dominante le pendici verso il mare e rappresentante una posizione forte per i tedeschi. Più di 300 paracadutisti del “Nembo” cadranno per la sua conquista, perché i tedeschi contrattaccheranno con carri armati ed opporranno un intenso fuoco di artiglieria. All’alba del 9 luglio, i paracadutisti del ‘“Nembo” riusciranno ad issare il Tricolore sulla torre di Filottrano. Alla metà del mese, italiani e polacchi riprendono l’avanzata lungo una direttrice più interna rispetto a quella costiera. I nomi di località come Belvedere Ostrense, Cagli, Corinaldo, Ostra Vetere, Pergola, Santa Maria Nova, Urbania e Urbino, rimarranno indissolubilmente legate al ricordo di tanti soldati sacrificatisi lungo il loro cammino di liberazione: una sfibrante avanzata di 300 chilometri, pesantemente segnata da feroci, disperati e ripetuti contrattacchi tedeschi al fine di ritardare l’avanzata degli italiani e dei polacchi.

A Corinaldo, il 6 agosto, in combattimento cade eroicamente il S.Ten. Alfonso Casati, figlio del Ministro della Guerra in carica. Il Corpo Italiano di Liberazione ed il Corpo d’Armata polacco si attestano sul fiume Metauro, margine meridionale della linea gotica invernale: si tratta ormai di truppe stremate, ma anche di uomini orgogliosi per aver raggiunto l’obiettivo prefissato dagli alleati.

Il Generale Anders, fin dal primo momento in cui gli viene assegnato il comando del Corpo d’Armata polacco sul fronte italiano, si batte dimostrando coraggio e determinazione, nella ferma convinzione non soltanto di contribuire attivamente alla rinascita di una Europa democratica, ma prima di tutto di potersi concretamente guadagnare combattendo il diritto a vivere in una Polonia finalmente libera, indipendente e democratica.

La cinica logica degli accordi di Yalta condannerà diversamente i polacchi ad un mesto destino. E quei valorosi soldati non potranno nemmeno rientrare in Patria. Tale profonda ferita interiore segnerà per sempre l’animo di Anders e di tutti quegli uomini.

Insediatosi in Polonia, con decreto del 26 settembre 1946, il regime comunista priverà infatti della cittadinanza polacca Władysław Anders (esule in Inghilterra) ed altri 75 generali e ufficiali superiori.

Nelle sue memorie, il Generale polacco scrive che per la sua terra “la guerra non è cessata con la vittoria come le altre nazioni alleate, ed ai polacchi non resta che credere ed attendere che si compia l’ultimo capitolo di questo grande sconvolgimento storico”: tale momento giungerà ad oltre 20 anni dalla sua morte, avvenuta a Londra il 12 maggio 1970, con la rinascita delle Nazioni dell’Europa dell’Est a seguito dell’abbattimento del Muro di Berlino. Quale primo e doveroso atto di riconoscenza, a Władysław Anders verrà restituita, post-mortem, la cittadinanza polacca.

La Polonia libera e democratica non cessa mai di rimeditare sul suo tragico passato destino e di ricordare gli uomini che lottarono per essa, e il 2007 verrà proclamato dal Parlamento l’Anno del Generale Władysław Anders.

Il ricordo dell’ufficiale Anders non potrà mai essere separato da quel luogo, Monte Cassino, dove per sua espressa volontà egli è sepolto insieme ai suoi gloriosi soldati periti nell’assalto decisivo di una sanguinosa battaglia in cui le truppe polacche si batterono con estremi sacrifìci, contando alla fine 1.200 caduti che ora riposano in un cimitero di guerra, poggiato ai piedi di Monte Calvario, sulla cui vetta un obelisco, a eterna memoria, riporta questa epigrafe: “Per la nostra e la vostra libertà noi soldati polacchi demmo l’anima a Dio, i corpi alla terra d’Italia, alla Polonia i cuori”.
Saverio Mirijello
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